Piero De Macchi e l’importanza dei caratteri.

Un’esperienza negativa molto positiva.

Tra febbraio e marzo del 1997 feci una breve ma intensa apparizione nello studio di progettazione grafica di Piero De Macchi, un grafico e type designer torinese (classe 1937) che aveva dei bei clienti. Streglio, Iveco, Ferrero, Fiat, Costa Crociere, giusto per citarne alcuni. Ma De Macchi non era solo un grafico, era anche professore, incisore, calligrafo, artista. E poi è mancino, come me. Nel suo studio si respirava l’atmosfera e il calore dell’artigiano genuino, non del designer patinato.

Fui ingaggiato per sostituire uno dei grafici che era in partenza per il servizio militare ma la mia esperienza durò molto meno del canonico anno di naja. Dopo un mese e mezzo circa, trascorso a disegnare fascette per cioccolatini e cartine per caramelle con testi in cirillico, lasciai lo studio. Non ero adatto alle loro esigenze e in qualche modo me lo fecero capire. Accettai la loro decisione senza batter ciglio, consapevole di non aver brillato.

Per la prima volta le mie motivazioni e il mio entusiasmo vacillarono di fronte a una bocciatura. Mi scontrai con la realtà di uno studio che aveva orari lunghi e ritmi molto serrati. Avevano bisogno di una macchina da guerra e io mi sentivo poco più di una recluta, tanto per restare nel gergo militare. Per me che arrivavo dall’attività “spensierata” di freelance che lavorava in casa, l’impatto fu alquanto duro. Quell’esperienza negativa però mi diede la sveglia. Mi fece capire che se il mio obiettivo era fare strada e diventare un buon designer dovevo cambiare marcia. Seppur breve, l’avventura mi fece riflettere su due aspetti fondamentali per la mia professione: uno di atteggiamento e l’altro professionale.

Dal punto di vista dell’atteggiamento compresi che la passione, una certa attitudine e il desiderio di “arrivare” non erano abbastanza, soprattutto per me che provenivo da un percorso di studi (informatica) che aveva nessuna attinenza con il design grafico. Serviva più dedizione. Tanta dedizione, anche per recuperare il gap nei confronti di chi aveva studiato grafica fin dalle scuole superiori e aveva un background più solido del mio. Dalla mia parte avevo discrete basi e una buona mano nel disegno e la competenza tecnica sull’hardware e i software che mi derivava dagli studi informatici. Dovevo lavorare sull’aspetto della progettualità, avendo maturato sino a quel momento gran parte dell’esperienza in ambito editoriale. Soprattutto dovevo far lavorare di più l’emisfero destro del cervello.
La disponibilità era un aspetto su cui lavorare e un valore da spendere. Entrai nell’ottica che questo è un mestiere che non si fa “dalle – alle”, si fa e basta. Un graphic designer è come un carabiniere: è in servizio 24 ore su 24.

Per ciò che riguarda l’aspetto tecnico, grazie a Piero De Macchi acquistai maggior consapevolezza dell’importanza e del valore del carattere tipografico, sia nell’ambito di un progetto di design, che non è solo testo, immagini, colori e layout, sia nella percezione e valutazione del carattere stesso, avulso dal contesto grafico. De Macchi aveva iniziato la sua attività professionale nel 1956 al fianco di Aldo Novarese [1]. Il disegno dei caratteri ha fatto da traino a tutta la sua attività di designer e l’avvento della grafica computerizzata e dei software dedicati gli permisero di applicare “a video” tutte le conoscenze e la maestria in materia di disegno del carattere e scrittura calligrafica, di cui De Macchi è un vero artista. Quando era libero da impegni, soprattutto la sera, alla fine della giornata lavorativa, quando lo studio si svuotava lui si sedeva al computer e si dedicava al disegno dei caratteri. Probabilmente oltre che una passione e una missione era anche un modo per scaricare la tensione accumulata durante il giorno.

[1]. Aldo Novarese (1920 – 1995) è stato artista a 360 gradi. Pittore, illustratore e fotografo, l’ultimo erede di una secolare tradizione nell’Arte della stampa italiana (a cui appartengono artisti del calibro di Aldo Manuzio e Giambattista Bodoni), dedicò gran parte della sua vita al disegno dei caratteri tipografici. Personaggio molto schivo e riservato, ha lasciato parlare di sé i tanti caratteri che ha cominciato a disegnare fin da giovanissimo, molti di questi di successo internazionale. È noto ai più per aver stilato nel 1956 una classificazione di caratteri, ancora oggi punto di riferimento per i grafici soprattutto in ambito didattico. Novarese classificò i caratteri in 10 famiglie distinte, suddivise secondo una caratterizzazione storica, estetica e del disegno, in particolare quello del piede e delle eventuali grazie, derivando lo stile dalle terminazioni e il nome dall’origine di ciascun carattere.

Non era un carattere facile, il suo intendo. Riusciva a passare dal rilassato all’incazzato in un nanosecondo. Se poi tornava da una riunione con un cliente andata male era meglio girare al largo. Un giorno mi fulminò perché mi sorprese a stringere la scala orizzontale di un carattere per far rientrare di una riga un paragrafo di testo. Oh, le avevo tentate tutte, “traccando e traccheggiando” ma quella maledetta riga non voleva saperne di salire, sicché decisi come estrema ratio di condensare il font. Non l’avessi mai fatto. Non pensavo di aver fatto una cosa grave al punto di meritarmi un sonoro cazziatone. Lo compresi la prima sera che lo vidi sedersi al computer per disegnare un font.
Non era il computer che usava abitualmente. Era un vecchio Apple Macintosh II FX su cui girava un unico programma: Ikarus. Se ne stava lì, defilato su un tavolino, credevo che fosse una specie di soprammobile ingombrante, in realtà era l’unico computer su cui poteva girare quel software per disegnare caratteri.

La (ri)scoperta dei caratteri.

Ero molto curioso e per qualche sera mi fermai a osservarlo lavorare. Prima di allora non avevo mai visto un carattere tipografico sotto questo aspetto, diciamo così, “intimo”. Lo consideravo un elemento grafico che viveva di vita propria, che sceglievo in base al gusto o alla forma, senza preoccuparmi troppo se fosse funzionale al progetto. Sì, avevo le conoscenze sul significato e sul messaggio che ciascun carattere trasmetteva per farne un corretto utilizzo ma non andavo oltre. Un retaggio da programmatore dettato dal fatto che all’epoca in cui avevo iniziato a lavorare i monitor e le stampanti non avevano la risoluzione di oggi, per cui era difficile osservare bene le differenze (a volte quasi impercettibili) tra un carattere e un altro. Poi, non avendo vissuto l’epoca in cui si disegnava tutto a mano mi mancava una fetta importante di storia sulla loro creazione. Io, figlio, anzi fratello del computer, essendo cresciuto di pari passo alla nascita e diffusione dei primi personal computer, utilizzavo il file del carattere bello pronto inconsapevole del lungo e meticoloso lavoro che stava dietro la sua realizzazione.

Ogni tipo di carattere, esattamente come le persone, ha peculiarità e segni distintivi. Alcuni apparentemente sembrano uguali ma in realtà non lo sono. Prendete ad esempio l’Arial, l’Helvetica, l’Akzidenz Grotesk e l’Univers [2], da un esame più approfondito emergono differenze e sfumature, anche sottili, che fuggono ad uno sguardo superficiale ma che agli occhi di un designer sono sostanziali. Osservare De Macchi lavorare su una lettera come un moderno amanuense, capirne la costruzione geometrica, le proporzioni, lo sviluppo di ascendenti e discendenti, forme e controforme, i pesi, le forze d’asta, le grazie, la convivenza in perfetta armonia con altre lettere, mi fece capire che un carattere non era solo di una sequenza di lettere, numeri, segni e simboli. Era molto di più. Era la sintesi perfetta tra rigore geometrico e creatività. Lì compresi che la tipografia è design e ne rappresenta uno degli elementi più affascinanti. Bruno Munari disse che il carattere tipografico è un oggetto di design. Un carattere racconta una storia prima ancora di scriverla e capirne tutto il lavoro di progettazione e realizzazione cambiò radicalmente il mio atteggiamento verso la tipografia. Ho cominciato a raccogliere compulsivamente caratteri di ogni genere. Ho imparato ad analizzarli in maniera approfondita, comprendendo le differenze di stile e mood, ovvero ciò che un carattere trasmette al di là delle forme. Ci sono caratteri che ssussurrano, altri che ti parlano, altri che giocano e altri ancora che ti prendono a schiaffi. Ci sono caratteri adatti a lunghi testi, altri che sono adatti ai titoli, altri che si prestano ad essere “loghizzati”, altri ancora che hanno uno scopo puramente decorativo. Poi ci sono quelli nati per il web, che hanno un’ottima resa a video ma in stampa non sono granché, così come quelli nati prima di internet poco si adattano all’utilizzo a video. Se per un testo viene utilizzato un carattere inadatto ci sono possibilità che il messaggio che esso veicola venga percepito dal lettore in modo errato o distorto.

[2]. Molti sostengono che l’Arial stia all’Helvetica come Windows sta Mac Os. Nonostante le somiglianze supportino questa ipotesi non è esattamente così. Analizzando da vicino i caratteri si scopre che derivano da fonti diverse d’ispirazione. L’Helvetica, disegnato nel 1957 da Max Miedinger per la fonderia Haas è discendente diretto dell’Akzidenz Grotesk, mentre l’Arial, progettato nel 1982 da Robin Nicholas e Patricia Saunders per Monotype, appare più vicino all’Univers di Adrian Frutiger.
Spesso l’Arial è confuso con l’Helvetica e le somiglianze non sono solo estetiche ma anche funzionali, poiché sostituendo con l’Arial un testo scritto in Helvetica non ci sono variazioni a livello di composizione. Molti utenti non esperti non notano alcuna differenza tra i due caratteri facendo inorridire i designer, soprattutto quelli sensibili alla tipografia. Effettivamente, osservando le quattro lettere in un corpo piccolo, a un occhio distratto o non competente possono sembrare pressoché identiche. Un occhio più attento ed esperto nota subito alcune caratteristiche distintive, in particolare l’Helvetica appare subito più elegante e progettato meglio, quasi come se gli altri fossero versioni precedenti dell’Helvetica stesso.

 

La tipografia sta a un testo scritto come il tono di voce sta a un testo parlato. Come dice la designer americana Paula Scher [3]Le parole hanno il significato, la tipografia ha lo spirito”.
La scelta appropriata di un carattere tipografico, lo stile, le dimensioni, la giustezza della gabbia di testo, l’interlinea, gli allineamenti sono aspetti fondamentali di una buona tipografia, che deve essere intuitiva, chiara e semplice da leggere. Se l’utente si focalizza sulla formattazione del testo piuttosto che sulla lettura, quindi la comprensione, allora è un problema.

[3]. Paula Scher (Washington, 6 ottobre 1948) è un’illustratrice, pittrice, insegnante e grafica statunitense. Laureata presso la Tyler School of Art di Philadelphia nel 1970, Scher fonda nel 1984 uno studio di design, disegna pubblicità e copertine discografiche per CBS e Atlantic, per poi unirsi a Pentagram nel 1991, diventandone la prima direttrice donna. Nel corso della sua carriera le sono stati conferiti oltre 300 premi. I suoi lavori sono in mostra al MoMA di New York, Museum für Gestaltung di Zurigo e presso il Library of Congress di Washington D.C. Il suo lavoro di graphic designer è caratterizzato dall’uso non convenzionale dei caratteri tipografici, che li vede non solo come strumenti di scrittura ma, prima di tutto, come immagini e forme espressive. (Wikipedia)

 

Il carattere Graphicus disegnato nel 2003 da Piero De Macchi
per l’omonima rivista

 

Il carattere WDC2 disegnato da Piero De Macchi nel 2005
per la comunicazione di Torino World Design Capital

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