5 luoghi comuni sulla grafica e l’advertising.

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5 luoghi comuni sulla grafica e l’advertising.

Dopo aver elencato, nel post precedente, una serie di luoghi comuni che ruotano intorno alla nostra professione, voglio soffermarmi su quelli che riguardano il lavoro in senso stretto, ossia ciò che materialmente produciamo ogni giorno col sudore della fronte. Cose che ai più appaiono semplici e scontate, tanto scontate da diventare quasi un mantra.

1. Questo lo sapevo fare anche io.
Non potevo che iniziare con la medaglia d’oro dei luoghi comuni. Il luogo comune per definizione. Per carità tutti, almeno una volta nella vita, davanti a una pubblicità o un’opera d’arte contemporanea, abbiamo pensato: “Questo lo potevo fare anch’io!”. Eh sì, quando una cosa la si osserva fatta e finita diventa automaticamente realizzabile da chiunque. Soprattutto se realizzata con l’ausilio del computer. Personalmente condivido il pensiero di Bruno Munari: «Quando qualcuno dice “questo lo so fare anch’io”, vuol dire che nella migliore delle ipotesi lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima». È troppo semplice giudicare col senno di poi. La genialità di un’idea non sta solo nell’idea in sé ma anche e soprattutto nell’averci pensato.

2. La pubblicità inganna e urta la sensibilità.
Una cosa è certa: la pubblicità è come una donna, dice sempre la verità ma non la dice tutta. Non sono d’accordo sul fatto che sia ingannevole, tantomeno lede la sensibilità della gente (se non in rari casi). Sono molto più propenso a pensare che in Italia abbiamo dei retaggi culturali e una pigrizia mentale che ci impediscono di dare la giusta interpretazione al messaggio pubblicitario, altrimenti non mi spiego come mai in altri paesi, giudicati in via di sviluppo ma in realtà molto più avanti di noi, escano delle grafiche e delle pubblicità molto più audaci e irriverenti senza che nessuno o quasi, si scandalizzi. La pubblicità di per sé non è ingannevole. Può essere ingannevole l’interpretazione che se ne dà. È chiaro che i messaggi siano un po’ sopra le righe e che descrivano mondi un po’ distanti dalla realtà, però la pubblicità è questa, deve vendere un sogno, creare un bisogno che prima non c’era. Se i consumatori si lasciano influenzare (anche negativamente) la colpa non è solo della pubblicità.

3. Una grafica vale l’altra, ciò che conta è il prodotto.
Altro mito da sfatare. Una grafica bellissima non può difendere alla lunga un prodotto sbagliato o inefficace. Così come un prodotto fighissimo verrà danneggiato da una comunicazione brutta o sbagliata. La formulazione del messaggio pubblicitario è una fase importante per la promozione di un prodotto. Se si comunica male, il messaggio non arriva. Questo, purtroppo, è un aspetto difficile da far digerire ai clienti, e il problema non è mai quello di scegliere tra due grafiche diverse ma ugualmente efficaci, ma scegliere tra una grafica con un senso e una brutta di solito imposta dal cliente. i tempi si sono evoluti, anzi involuti, e hanno lasciato dietro sé il buon gusto dando spazio a una “maleducazione” grafica che sembra non avere limiti.

4. Non è giusto ciò che è giusto ma è giusto ciò che (mi) piace.
Una libera interpretazione di un più famoso detto popolare. La grafica non è (solo) questione di gusto. La grafica è comunicazione e ogni contesto ha un suo codice di comunicazione. Per cui, prima di dire che non piace, sarebbe opportuno chiedersi se funziona, se è comprensibile dal target, se contiene una promessa forte, etc etc…

5. Se un prodotto funziona basta il passaparola.
Sebbene il passaparola sia uno strumento di comunicazione efficace, da solo non basta a garantire il successo di un prodotto e ha pur sempre i suoi difetti: – si può interrompere; – per essere credibile presuppone che chi passa la parola abbia quantomeno usufruito del prodotto; – può raggiungere persone non interessate al prodotto e quindi poco stimolate a fare il passaparola. Se parliamo di passaparola inteso come viralità sul web le cose cambiano: su internet il passaparola batte di gran lunga la pubblicità tradizionale, però può essere ingannevole. Ci sono aziende che credono di essere “più furbe” dei loro competitor e quindi si lanciano in blog, forum e gruppi sotto falsi nomi, creando discussioni fake (fallate) in cui si lodano con lo scopo di attivare un passaparola positivo. Un meccanismo che si ritorce contro una volta scoperto.

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