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La difficoltà di un individuo di trasmettere informazioni è già di per sé un problema preoccupante. Se questo individuo ha un incarico di responsabilità da cui gli scaturisce un potere il problema è ancora più preoccupante perché questo potere costituisce una leva di controllo su altre persone, sul loro benessere e sul loro umore. Non è la prima volta che parlo di problemi di comunicazione e il fatto che questi problemi si verifichino all’interno di un’agenzia che ha nella sua mission la comunicazione, mi fa preoccupare. Ho sempre avuto una mia teoria sul fatto che i direttori creativi sappiano comunicare alle persone ma non sanno comunicare con le persone. C’è differenza. Comunicare alle persone è lanciare un messaggio nella mischia senza averne un feedback diretto. Comunicare con le persone significa dialogare, conforntarsi, mettersi in gioco e pensare che magari il punto di vista di un tuo collega, benché ad un livello diverso dal tuo, sia più giusto… E quando l’incomunicabilità si accompagna con una certa presunzione e, spesso, frustrazione, l’effetto può essere svilente. Si crea un clima di tensione, tensione negativa, non quella positiva creata dalla volontà e dal comune intento di fare un buon lavoro. Tutto diventa complicato e pesante. La cosa più semplice del mondo diventa un affare di stato, oggetto di una discussione spesso accesa. C’è la tendenza a creare tensione e malumore gratuiti, quasi come se non riuscisse a lavorare senza stare in”fibrillazione”. Se una cosa è chiara bisogna trovare il modo di renderla complicata. Perche? È un pregiudizio ahimé molto diffuso che la stupidità sia sinonimo si semplicità e che l’intelligenza sia complicata. In realtà nel 90% dei casi è vero il contrario. Se l’intelligenza si esprime in modo difficilmente comprensibile è un’intelligenza immatura. Complicare è facilissimo, semplificare è difficile. L’intuizione, il guizzo creativo che ci risolve una campagna o uno spot ci porta, col senno di poi, a realizzare che la soluzione appare ovvia. È il nostro modo di ragionare, di porci nei confronti del problema che ci impedisce di vederla. È quello che io ho battezzato “pensiero tangenziale” perché come un grande raccordo anulare gira intorno alla soluzione senza imboccare “l’uscita” giusta. 
Gerry McGovern ha osservato che, cito testuali parole «La complicanza è una sorta di inquinamento intellettuale che annebbia il pensiero. La complicazione non è un segno di intelligenza, ma piuttosto il segno di una mente iperattiva affetta da bulimia. Il vero genio e la grande qualità stanno nella capacità di trasformare un problema complesso in una soluzione semplice e concretamente efficace». 
La stupidità di chi sta alla direzione non nasce solo dalla complicazione, spesso se ne serve per diventare ancora più stupida, per confondere le cose, renderle incomprensibili, nascondere la semplice realtà dei fatti dietro una cortina di inestricabili complessità.
Categorie: riflessioni

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